Moda e sostenibilità: dobbiamo comprare meno?

Il trend della sostenibilità, già individuato alla fine dello scorso anno come il tema principale per la moda nel 2020 da The State of Fashion (l’avevo ricordato qui), è risultato rafforzato nell’evoluzione dei comportamenti di consumo durante la pandemia.

Come sottolinea anche il bel libro di Francesca Romana Rinaldi che avevo recensito qualche mese fa (lo trovate qui a destra tra “i libri di romanocappellari”), l’evoluzione prevedibile del settore è verso un modello “buy less, buy better” perché evitare uno shopping bulimico è sicuramente il primo modo per contenere gli effetti di un’industria molto inquinante.

Ma il dovere di un consumatore consapevole è quindi smettere di acquistare, e in particolare non acquistare i capi a basso costo che si trovano nei negozi delle grandi catene? Purtroppo le cose non sono così semplici perché se è vero che una riduzione dei consumi di abbigliamento ha un effetto positivo sull’ambiente, i mancati acquisti degli ultimi mesi hanno evidenziato quali sono le conseguenze drammatiche sui lavoratori, in particolare asiatici, che vivono producendo questi capi. Per il solo Bangladesh si parla di ordini cancellati per oltre due miliardi con un impatto pesante sulla sopravvivenza di oltre due milioni di lavoratori.

Per dare un (piccolo) contributo a contrastare questo fenomeno è nata così in Scozia una startup, Lost Stock (qui il sito), che propone per 35 £ delle mistery box contenenti tre capi prodotti in Bangladesh ma non acquistati dai committenti occidentali a causa della pandemia. Il cliente può dare delle indicazioni di massima sulle preferenze di stile e colore e delle indicazioni sulla taglia, ma non potrà ovviamente effettuare resi se quanto ricevuto non sarà di suo gradimento. Comprare qualche capo low cost di cui non si ha veramente bisogno serve in questo caso al mantenimento di una famiglia per una settimana.

Insomma, è fuori discussione il fatto che il sistema moda debba cercare di adottare un modello più sostenibile, ma l’evoluzione verso il nuovo equilibrio non è semplice né scontata.

PS Nell’immagine sopra, presa dal profilo Twitter di Lost Stock, c’è Nurani, vedova con tre figli, una delle 114.000 famiglie sostenute fino ad oggi dal progetto delle Lost Stock box

2 pensieri riguardo “Moda e sostenibilità: dobbiamo comprare meno?

  1. Caro Romano
    Il buon cuore delle persone e’ sempre un grande segnale di civiltà ma questa situazione andrebbe risolta da chi l’ha generata . I profitti miliardari del fast fashion ( Amancio Ortega e’ uno degli uomini più ricchi del mondo ) indicano dove sono stati mal redistribuiti i profitti di questa attività .
    Io spero che i consumatori sentano presto la necessità di non essere più complici di questo sistema di sfruttamento comprando prodotti che garantiscono salari minimi e condizioni di rispetto per i produttori .
    E’ una delle poche libertà che abbiamo : comprare prodotti di senso e premiare le aziende che questo senso ricercano .

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  2. In realtà penso che il problema non coinvolga esclusivamente il settore abbigliamento, ma tutto il settore “moda” inteso in senso largo, ossia quell’ambito del consumo in cui non si acquista per necessità fisico/materiale e non si sostituisce un prodotto per semplice consumo o obsolescenza, ma lo si fa per imitazione di modelli che rappresentano un stile di vita dato o ricercato.
    Il tutto è ampiamente legato al mondo che si è venuto a costruire a partire dagli anni ’80 con Regan e la Thatcher, ossia a quel periodo in cui i consumi per necessità fisico/materiale stavano calando e c’era la necessità di “aprire i mercati”. Questa politica, poi definita “globalizzazione”, poteva nascere anche con principi non sbagliati, ma come tutte le politiche c’è stata una comunicazione/immagine di facciata che era usata per nascondere un altro fine: ripartire la ricchezza tra i “poveri” senza andare a toccare i “ricchi” (vedasi scomparsa tendenziale della classe media in occidente, ma leggera riduzione di povertà nei paesi in via di sviluppo e continuo incremento del patrimonio dei più ricchi).
    Questo per il fronte acquisto/consumo…poi c’è il pari passo sul lato investimento/finanza con la sottrazione del denaro dal circolo dell’economia reale e il suo trasferimento in quella fittizia delle borse.
    Purtroppo finché non si affronta di petto la questione a livello internazionale non se ne viene fuori…e per com’è impostata la politica internazionale non c’è nessun presupposto per cui si cambi qualcosa

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