Prima gli italiani e il Made in Italy: consigli per il marketing

Uno degli slogan vincenti del 2019 che si sta per chiudere è sicuramente il “prima gli italiani” cavalcando il quale Matteo Salvini ha portato il suo partito a diventare il più votato in occasione delle elezioni europee che si sono tenute la scorsa primavera. Viene allora spontaneo chiedersi se sia un buon momento per mettere il tema dell’italianità al centro delle strategie di marketing nelle aziende del nostro Paese.

Va detto subito che qui è opportuna qualche cautela in più. Lo Stesso Matteo Salvini qualche settimana fa ha cercato di applicare il suo slogan vincente alle nocciole, attaccando la Nutella per via delle nocciole turche utilizzate per produrla, ma ha ottenuto più sberleffi che consensi. Chi decide di utilizzare l’italianità nell’ambito di una strategia di marketing è opportuno infatti che rifletta in modo non superficiale su cosa vuol dire veramente essere italiano e Made in Italy.

Faccio qualche esempio per chiarire: l’iscrizione all’AIRE certifica che Leo Messi, il più forte calciatore di tutti i tempi, è italiano per via di un trisavolo di Recanati. Non era ritenuto invece italiano fino a un paio d’anni fa Emerson Palmieri dos Santos. Ora però l’italianità gli è stata riconosciuta ufficialmente, in quanto discendente di un certo Alfonso Palmieri nato circa un secolo e mezzo fa a Rossano (Calabro). A differenza di Messi, Emerson Palmieri è anche un giocatore della nostra nazionale (e poco conta che lui avesse dichiarato di sentirsi il cuore brasiliano). È stata infine sicuramente un’atleta britannica (con genitori giamaicani) la grandissima Fiona May, che però a metà della sua carriera ha sposato un italiano diventando italiana e portando gloria ai nostri medaglieri.

Con le persone quindi la situazione sembra abbastanza chiara: quando ho un “ingrediente” (sia questo un bisnonno o un marito) italiano, ottengo un italiano. Quando si passa ai prodotti, però, le cose si complicano un po’: la Nutella fatta in Italia con le nocciole turche è sicuramente italiana, non turca, così come lo è la pasta fatta in Italia con il grano canadese; sono quindi italiani anche i prosciutti ottenuti in Italia con maiali tedeschi. Un würstel prodotto in Germania non può invece chiedere il passaporto italiano nemmeno se discende da un maiale italiano.

Allo stesso modo il tessuto ottenuto in Italia con la lana di pecore australiane è sicuramente Made in Italy; se uso questo tessuto per far confezionare un abito in Cina ottengo però un abito che non è italiano. La situazione non cambia nemmeno se il lavoratore cinese segue le indicazioni di uno stilista italiano e viene formato e diretto da dei tecnici italiani. Se però prendo quello stesso lavoratore cinese e lo porto a lavorare in un capannone che si trova in Italia ottengo un abito Made in Italy (e questo avverrebbe anche se i tecnici che l’hanno formato e stilisti e manager che indirizzano il suo lavoro fossero cinesi).

Insomma, cosa vuol dire essere italiano è spesso il frutto dell’incrocio tra fatti più o meno casuali e un insieme di convenzioni e normative mutevoli nel tempo. Valorizzare l’italianità e il Made in Italy può essere allora una carta importante da giocare nella strategia di comunicazione, ma bisogna evitare di farne un feticcio perché un consumatore sofisticato e informato sarà sempre meno conquistato da etichette semplificartici.

Diventerà invece sempre più critico essere trasparenti su ingredienti e processi, permettere ai clienti di conoscere cosa stanno comprando ed educarli ad apprezzare le caratteristiche di ciò che comprano anche al di là delle etichette. In fondo Leo Messi mi emoziona perché gioca in modo meraviglioso, non perché ha un passaporto italiano …

Un pensiero riguardo “Prima gli italiani e il Made in Italy: consigli per il marketing

  1. A riguardo dell’ultimo paragrafo e in più generale, riferendomi al tema della trasparenza, comunicazione delle caratteristiche del prodotto ed educazione del consumatore, suggerisco un interessante parallelo con il settore agroalimentare, riferendomi a Melinda (https://melinda.it),e alla sua capacità di valorizzare e trasmettere i valori, le caratteristiche e i processi da cui si ottengo le enormi varietà di prodotti con il fine di educare il consumatore finale, fidelizzandolo al marchio e quindi creando una relazione

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