Serve ancora aprire negozi? Riflessioni milanesi

Come sa bene chi mi conosce, io sono sempre alla ricerca di negozi interessanti da analizzare con gli studenti del mio Master in Retail Management e Marketing; visto che questa mattina avevo un’oretta libera a Milano, sono andato allora a visitare un negozio che mi aveva particolarmente incuriosito quando avevo letto della sua apertura qualche mese fa: il monomarca di De Nigris, leader mondiale nel mercato dell’aceto.

Serve oggi avventurarsi nel retail, quando molti chiudono per seguire il cliente solo on line? E soprattutto: ha senso per un’azienda che produce aceto? Sono entrato nel negozio con questi interrogativi in testa, ma una ventina di minuti nelle mani della bravissima responsabile del punto vendita mi hanno ricordato ancora una volta a cosa servono i negozi e perché il retail è più vivo e vitale che mai.

Insieme a mia moglie siamo stati infatti guidati alla scoperta di un’azienda e di un universo di prodotti a base di aceto che non immaginavamo nemmeno che esistessero, abbiamo assaggiato tante cose deliziose, ci siamo divertiti, abbiamo comprato un paio di prelibatezze da portare a casa (non vedo l’ora di godermi le Perle di Modena al tartufo!) e individuato un bel posto dove trovare prodotti esclusivi (disponibili cioè solo in quella boutique) per i prossimi regali agli amici gourmet.

Non ha più senso allora aprire dei negozi che fungano da semplici magazzini nei quali il cliente può trovare la merce, ma non c’è ancora nulla sul web di così potente come l’interazione con una persona competente che ti guida alla scoperta di un prodotto e di un brand. Quando il prodotto può essere anche annusato e assaggiato, inoltre, il negozio diventa ancora più importante. Basta poi saperlo gestire in modo efficace ed efficiente; per questo eventualmente posso segnalare qualche mio allievo in gamba.

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4 pensieri riguardo “Serve ancora aprire negozi? Riflessioni milanesi

  1. Noto con piacere che ha cambiato registro rispetto a quanto presentato a Cà Foscari nell’incontro che riguardava abbigliamento e luxury.
    Onestamente le sue tesi e quelle dell’altro insegnante mi avevano lasciata molto perplessa: da quanto da voi esposto sembrava che i piccoli negozi ove poter avere un contatto umano con il personale avessero abdicato in favore esclusivamente di grandi magazzini (o store, anche se io preferisco sempre e comunque usare termini della nostra splendida, articolata e poco conosciuta lingua italiana) che associano all’abbigliamento il cibo e chissà quanto altro. Crederò sempre nella forza del rapporto umano, nella specializzazione e nella ricercatezza e qualità del prodotto di cui il nostro Paese si è sempre nutrito. In quell’incontro a Venezia avrei voluto porre tutte le mie perplessità sulle vostre tesi, ma ci sarebbe voluto troppo tempo e così ho evitato. Credo che gli ostacoli alle piccole realtà siano e la politica economica del nostro Paese: la globalizzazione per l’Italia la cui industria è fatta di piccole medie imrese per me è un enorme errore; poi un’assurda tassazione ed una infinita burocrazia. Se questi punti non cambieranno non ci sarà spazio per nuovi imprenditori italiani.

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