Metterci la faccia … del fornitore

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La tracciabilità della filiera è una variabile sempre più importante tanto per i produttori quanto per i retailer e inizia a diventare un fattore rilevante anche per i clienti più evoluti e consapevoli. Perché allora non fornire questo genere di informazioni al consumatore finale in punto vendita per convincerlo che le mie mele e i miei cavoli sono più buoni e anche più bio? Questa è stata una delle innovazioni introdotte anni fa da Whole Foods Market, la catena di supermercati biologici che è stata protagonista nell’ultimo lustro di una entusiasmante crescita di fatturati, margini e ancora di più di valore delle azioni in borsa.

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Sopra agli scaffali di frutta e verdura sono così comparsi nei supermercati alcuni cartelli contenenti non solo le informazioni sulla provenienza dei prodotti, ma anche nome e cognome del produttore, con tanto di brevi (ma spesso pittoresche) note biografiche. Una mossa di marketing efficace? Le ironie su questa iniziativa e sulla descrizione di alcuni profili non sono mancate tra commentatori e operatori del settore, ma una recente visita ad alcuni food retailer americani come Kroger e Meijer (dove sono state scattate le foto di questa pagina) mostra come oggi questa prassi si sia ormai diffusa anche tra i concorrenti della catena texana.

Evidenziare chi c’è dietro a mele e meloni serve tra l’altro a valorizzare un altro aspetto che ha oggi per il consumatore un valore maggiore che in passato, in particolare sul mercato americano, ed è la provenienza locale (o a chilometro zero, come si usa dire da noi) dei prodotti. Il fornitore che ci mette la faccia non è quindi solo un produttore che garantisce frutta e verdura con la sua storia ma anche un tuo vicino di casa.

Vedremo quindi sempre più spesso le foto dei fornitori esposte nei punti vendita?

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16 pensieri riguardo “Metterci la faccia … del fornitore

  1. Di sicuro in Veneto c’è chi lo sta già facendo, sin dal 2010, con buoni risultati. Si tratta di LOCAL ITALY. Un portale che funge da ‘vetrina trasparente sui prodotti e produttori locali’ e da ecommerce, un punto vendita a Rosà (VI), un altro di prossima apertura a Bassano del Grappa. Le foto dei produttori attentamente seleIezionati (piccole eccellenti realtà artigiane certificate, spesso a conduzione famigliare) sono esposte in negozio, le loro storie fruibili online. Le loro aziende, contattabili e visitabili. Supportare il territorio è una missione, e realtà in crescita come questa dimostrano che le idee, se buone, vengono premiate. Un passo alla volta. E niente KM zero. Local italy ha registrato il ‘KM BUONO’: ovvero, i chilometri percorsi dal cibo devono avere un senso, sia a livello di sostenibilitá che di preservazione del ‘buon gusto locale’. http://www.localitaly.it

  2. Metterci la faccia del fornitore? Fantastico!!! E perché no, anche alcune foto dei terreni da cui provengono i frutti del contadino mentre li coltiva? Se poi volessimo viaggiare maggiormente con la fantasia, sarebbe fantastico proiettare un video con una breve storia sulla semina, crescita e raccolta della frutta e verdura esposta. Per ora mera utopia in Italia; eppure spero presto di vedere il volto di qualche fornitore ortofrutticolo stampata fra mele e cavolfiori, un modo semplice quanto immediato per dimostrare la garanzia della provenienza dei prodotti.
    La via più semplice è solitamente quella giusta: perché in Italia facciamo ancora fatica a capirlo?
    Perché non vogliamo metterci la faccia? Sarà che tale strategia è stata così sovra-utilizzata durante le campagne elettorali da risultare oggi obsoleta e addirittura dissuasiva?!
    Spero non sia questo il motivo che allontana i nostri retailer da una strategia vincente.

  3. Fenomeno interessente non solo nel food ma sempre più diffuso sia nel fashion che nel design: dapprima tipica del settore dell’ecosostenibilità e del consumo responsabile oggi è stata assunta da molte start up del commercio digitale quale fattore di differenziazione efficace.
    A mio avviso è stata infatti il web e a determinare questo fenomeno crescente: Il “netizen” è sempre piu’ competente, attivo nella ricerca di informazioni e rendere trasparente parte del processo della produzione del valore permette al brand di instaurare una relazione autentica con il consumer.
    Se per molti brand, nati offline, la trasparenza della filiera è soprattutto un efficace espediente di marketing (lo storytelling sui valori artigianali di alcuni brand del lusso e del design occupa stabilmente le rispettive campagne di comunicazione sia online che offline), per le nuove imprese digitali assume aspetti anche più interessanti poichè è spesso espressione di vera condivisione dei valori (nel senso di partnership con i makers).

  4. Interessante argomento di riflessione: la riconoscibilità del fornitore può sicuramente essere un elemento che migliora l’immagine alla catena e allo stesso tempo può portare alcune opportunità al produttore, ma anche alcuni rischi. Per la catena distributiva gli effetti positivi si hanno indubbiamente nella valorizzazione dell’assortimento sotto l’aspetto della valenza territoriale, della genuinità, della qualità, ecc a cui il consumatore tende sempre più a riconoscere un premio. Si può inoltre creare alla lunga un legame virtuale tra consumatore e produttore che può far crescere il potere contrattuale di quest’ultimo nei confronti della catena, facendo in modo che anche egli possa appropriarsi di parte di questo premio. Dall’altro lato la catena riduce i rischi di indebolimento dell’immagine in caso di problemi con quei prodotti che in parte potrebbe rigirare sull’immagine del fornitore. Quest’ultimo però, consapevole che mettendoci la faccia potrebbe essere soggetto a questo rischio, sarebbe disposto a sopportarlo? Chi sa di avere la coscienza sporca indubbiamente rigetterebbe una proposta del genere da parte della GDO (es. sfruttatori del lavoro nero dei clandestini); chi invece produce onestamente è sempre soggetto al rischio (uso di acque contaminate per l’irrigazione a causa di sversamenti nella falda a lui ignoti).

  5. Trovo molto interessante il fatto di “metterci la faccia” poiché questo è un importante segnale per quanto riguarda la garanzia di qualità del prodotto che giunge sulla tavola del consumatore odierno. In america tutto questo è parte dei vari “healthy trends” della food industry: fresh and local, gluten-free options, vegetables as main dish, organic food, low calories and low fat,…
    In Italia la situazione però è diversa sotto alcuni punti di vista: ho trovato molto interessante la definizione di ‘KM BUONO’ messa in luce da Giada, perchè è importante ricordare che il fatto che il prodotto che consumiamo sia ‘KM ZERO’ non necessariamente è sinonimo di alta qualità intrinseca, bensì significa semplicemente che si tratta di un prodotto coltivato localmente. Ricordo infatti che esistono certificazioni come docg, igp, bio,… che certificano in maniera più efficace ed affidabile la qualità di un dato prodotto. Premesso che non sono un esperto, ritengo che i retailer operanti in Italia potrebbero sfruttare ANCHE queste certificazioni nazionali/europee per educare il consumatore rendendolo consapevole di cosa stia davvero acquistando in termini di trasparenza della qualità lungo tutta la filiera!
    La FIDUCIA ad oggi è una delle leve fondamentali su cui io credo si sposterà in maniera sempre più massiccia, buona parte della competizione.
    “Senza fiducia non potremmo alzarci dal letto al mattino” (Niklas Luhmann)

  6. Alla base delle nuove strategie messe in atto da retailers come Whole Foods Market c’è la nascita e lo sviluppo del concetto di filiera corta, km zero o km buoni come testimoniano i post precedenti.
    Per il consumatore, negli ultimi anni, è diventata sempre più importante la qualità del prodotto, specie se alimentare, e il suo giusto prezzo.
    L’espansione del consumo responsabile ha fatto si che l’approvvigionamento diretto dal produttore stia crescendo di importanza.
    Il fenomeno potrebbe significare che alcuni passaggi della filiera debbano essere eliminati?
    Come dimostra il post la risposta è no, anzi i retailers potrebbero sfruttare con successo il cambiamento nei comportamenti d’acquisto dei consumatori: la ricerca del rapporto “diretto” con il produttore e la crescente attenzione alla riduzione degli sprechi, sono i fattori sui quali i retailers potranno avere un vantaggio in termini fidelizzazione dei clienti.
    Recarsi al supermercato per una spesa di prodotti alimentari, come se ci trovassimo dal coltivatore appena fuori città e poter riempire il carrello anche con prodotti non food, per i quali forse l’attenzione alla tranciabilità non è ancora così presente nella mente del fruitore finale, non potrebbe essere un grande vantaggio ( in termini di risparmio dei costi e del tempo) per i clienti e un grande ritorno d’immagine (e ricavi) anche per il retailers?

  7. A mio avviso, la campagna messa in atto da Whole Foods Market, rientra nell’area della corporate social responsibility ed è costruita al fine di far percepire al cliente sensibile a determinate tematiche, quali quella ambientale e sociale, il valore aggiunto dei prodotti venduti (in questo modo utilizzando la leva della differenziazione al fine di creare valore). Infatti, si può ricordare come tra i quattro livelli di responsabilità d’impresa concettualizzati da Carroll vi siano due dettami quali “be ethical” e “be a good corporate citizen”, e con questa campagna di comunicazione non sta forse Whole Foods Market cercando di integrare questi due concetti, con questo dimostrando attenzione verso il territorio e i cittadini dello stesso? Anche in Europa il tema della corporate social responsibility si sta sviluppando (si pensi all’attenzione mostrata da parte della Commissione Europea con la “Strategia rinnovata dell’UE per il periodo 2011-2014 in materia di responsabilità sociale delle imprese”), quindi, anche se nella situazione attuale il cittadino italiano è meno attento a queste problematiche rispetto a quello americano, o a quello inglese (riconosciuto come “cittadino più etico d’Europa”), c’è spazio per la crescita verso la sensibilizzazione del cittadino, e quindi, perché non si dovrebbe spianare la strada a questo tipo di comunicazione? In fondo ci può essere solo un buon spazio di miglioramento per la stessa…

  8. Nel Nostro Paese il biologico è considerato da sempre una nicchia per pochi eletti, un comparto in perenne sviluppo, ma che stenta ancora a sfondare nel mercato. In realtà il consumatore medio è più sensibile a questi temi di quanto si pensi; infatti anche in Italia nel nostro piccolo abbiamo i nostri Whole Foods Market, che nonostante la crisi continuano ad espandersi e a registrare risultati importanti.

    Le realtà di cui sto parlando sono: “El Tamiso”, “CiaoBio” e “Emporio Bio”.

    1)La cooperativa agricola “El Tamiso” nasce dalla volontà di alcuni produttori agricoli di esprimere modelli economici e produttivi in sintonia con uno sviluppo sostenibile, valorizzando le produzioni biologiche locali e collaborando con i G.A.S. Gruppi d’Acquisto Solidale. Già il nome scelto racconta molto sulla cultura della cooperativa; “El Tamiso” infatti è il nome in dialetto veneto del setaccio per la farina, simbolo di una continua attenzione alla qualità del cibo e della vita, valori che la cooperativa si impegna a trasmettere al consumatore finale anche attraverso la pagina web http://www.eltamiso. it sempre aggiornata con notizie, eventi e ricette sul tema di biologico. Un aspetto fondamentale è quindi la trasparenza e per questo motivo sul sito è presente la sezione “tracciabilità”, nella quale inserendo il codice del prodotto acquistato è possibile scoprirne la storia.

    2)“CiaoBio”, oltre ad avere un negozio con un design accattivante, ha puntato molto sul sito internet www. store.ciaobio.it, che permette di comunicare al consumatore finale i propri valori e lo stretto legame con il territorio; numerosi sono infatti gli eventi organizzati per far incontrare produttori e consumatori che scoprono dal vivo la filiera del prodotto.
    Inoltre il sito ha permesso di sviluppare il canale e-commerce, proponendo la spedizione gratuita per acquisti superiori a €99 (come già amazon.it fa per acquisti superiori a €19), nonchè sconti e idee regalo bio non convenzionali (richiamo alla gift card di WFM).

    3)“Emporio Bio” invece ha aperto da poco un negozio ad Abano Terme abbinando allo spazio per la vendita dei prodotti il Ristocafè; un po’ come ha fatto WFM a Londra.
    Lo scopo delle titolari è quello di comunicare un vero e proprio stile di vita in un ambiente familiare, dove il consumatore scopre il prodotto in tutto il suo ciclo, dalla produzione, alla vendita fino alla tavola e in questa direzione va anche il corso di cucina a cui i clienti possono partecipare.
    http://www.emporiobio. pd.it

  9. A proposito di prodotti a km 0, girando per il centro di Padova ho notato una piccola “bottega del gusto” (Antenore dalla terra alla tavola) in piazza Antenore. Essendo curiosa sono entrata per saperne di più e ho scoperto molte cose interessanti. Questo luogo è nato dalla volontà del Consorzio Agrario di Padova di far provare ai consumatori prodotti del territorio e di farli avvicinare ai temi dell’agricoltura e delle tradizioni gastronomiche locali. Oltre ad avere un piccolo supermercato all’interno, questa bottega offre un servizio di ristorazione che propone menu semplici e fedeli alla loro filosofia (“Utilizziamo i migliori ingredienti e alimenti locali nel modo più semplice possibile e li serviamo mantenendo intatti sapori e fragranza.”)
    Sono rimasta piacevolmente colpita da questa scoperta e spero di avere presto occasione di provare il ristorante.
    Scrivo qui l’indirizzo web nel caso qualcuno fosse interessato a saperne di più http://www.bottegheagrinordest.it/ba/

  10. Oggi le imprese di retail si trovano ad interfacciarsi con un consumatore sempre più attento ed informato su ciò che acquista. Questo nuovo consumatore cerca nel Retailer affidabilità, qualità e convenienza nell’acquisto. L’idea di Whole food Market di mettere la “faccia del fornitore” punta a rassicurare il cliente per quanto riguarda la qualità del prodotto ed in più mira a dare affidabilità all’insegna rendendo tracciabile la filiera, infatti oggi al consumatore basta utilizzare il suo smartphone per avere tutte le notizie e i commenti riguardo ad un determinato bene. Il nuovo consumatore vuole esplorare, conoscere capire cosa compra.
    La chiave del successo è contestualizzare il prodotto: l’informazione sull’origine del prodotto risulta tanto più efficace quanto più viene accompagnata da informazioni complementari sulla zona di origine: caratteristiche del territorio, informazioni turistiche, ristoranti ed agriturismi bio di zona, ricette del luogo, e così via. Il consumatore avrà così modo di “sentirsi nel territorio”, con il doppio effetto di fidelizzazione all’insegna e di approfondimento della conoscenza – anche fisica- del territorio di provenienza, con ricaduta positiva anche sul consumo di prodotti ulteriori (metterci la faccia … del territorio).
    A tal riguardo un’altra azienda di grande successo che si è preoccupata di dare tutte le informazioni necessarie al suo cliente è Hortifruti che, ad esempio, inserisce il QR code sui suoi pompelmi così da poter ottenere istantaneamente tutto ciò che vogliamo sapere sul prodotto. Tuttavia in Italia esperienze del genere ancora non si possono trovare nelle insegne più conosciute, forse perché il consumatore che frequenta le grandi superfici ha poco tempo libero e non si interessa ancora molto sull’origine specifica del prodotto: gli basta sapere che proviene dalla nostra Penisola. Forse le persone che hanno più tempo ancora frequentano il mercato dove, in molti casi, possono non solo vedere la faccia di chi coltiva il prodotto, ma possono anche parlarci e stringergli la mano.

  11. Informare, istruire e dare il maggior numero di indicazioni possibili al consumatore circa la qualità e certificazioni, le peculiarità, provenienza e la tracciabilità dei prodotti esposti oltre ad invitare i fornitori a “metterci la faccia”, sono iniziative di fidelizzazione del cliente (sempre più sensibile e attento ai propri acquisti) e proposte di maketing apprezzate, innovative e indubbiamente di successo…ma c’è chi fa molto di più…in Danimarca sono i consumatori stessi a proporre i prodotti locali che desiderebbero trovare negli scaffali del supermercato più vicino.

    L’iniziativa (che rientra nel più ampio progetto denominato “SuperBrugsen Concept 15” ) è stata lanciata nel febbraio 2013 dalla cooperativa danese di supermercati SuperBrugsen che permette a chiunque, anche i produttori stessi, di suggerire l’ampliamento dell’assortimento con l’introduzione di prodotti di provenienza locale tramite la semplice compilazione di un modulo on-line.

    Dopo aver inserito una descrizione dell’item e i motivi per cui SuperBrugsen dovrebbe accettare e/o scegliere di collaborare, i manager si impegnano a testare e degustare tutti i prodotti proposti al fine di decidere e garantire che siano che siano a norma ed in linea con gli standard qualitativi stabiliti. L’obiettivo del programma è quello di introdurre 500 nuovi prodotti locali nei 230 punti vendita.

    Questo permette alla catena di interagire con i propri clienti in modo diretto e più pratico oltre a soddisfare la domanda emergente di cibi sempre più unici (il focus è posto su prodotti biologici e freschi) e personalizzare ogni negozio al suo territorio, differenziando così i propri punti vendita rispetto alle grandi catene internazionali caratterizzate da format ed offerta molto simile tra loro.

    Un modo intelligente per utilizzare il costumer crowdsourcing ed assicurarsi che il punto vendita fornisca prodotti che sicuramente verranno venduti. Trovo l’idea geniale anche perché determina non solo la domanda di prodotti in tempo reale ma crea anche una notevole opportunità per aiutare le imprese locali, così come l’economia nazionale.

    D’impatto lo spot che mostra i camion della catena SuperBrugsen che si recano nelle campagne danesi per rifornirsi di prodotti locali di alta qualità
    http://www.superbrugsen.dk

  12. Mentre leggevo alcuni giornali online mi sono imbattuta in questo interessante articolo di The Wall Street Journal riguardante Whole Foods Market (http://online.wsj.com/news/articles/SB10001424052702304367204579266201175528672).
    Qui ho ritrovato molti degli elementi che caratterizzano e differenziano questo importante operatore del food retail dai competitors. Whole Foods Market infatti, a differenza di altri supermercati, ha tra i suoi valori principali l’attenzione nella scelta dell’assortimento presente nei suoi PdV e si impegna ad offrire prodotti il più possibile biologici, provenienti da allevamenti o coltivazioni che rispettino gli alti standard etici fissatisi, evitando di vendere merce prodotta in condizioni eticamente o socialmente non accettabili (ne è un esempio la decisione di escludere dal proprio assortimento il famoso foie gras francese).
    Nell’articolo del WSJ viene riportata la notizia che WFM smetterà di vendere gli yogurt Chobani (brand americano produttore di yogurt di tipo greco), in quanto questi riporta sulle etichette il solo utilizzo di ingredienti organici, quando invece è stato provato l’utilizzo di latte proveniente da animali foraggiati con OGM.
    Questa decisione permetterà di dare maggiore spazio a fornitori di prodotti biologici o comunque non modificati geneticamente (come Stonyfield che ha creato in esclusiva per WFM una versione “greca” del suo non-GMO Brown Cow yogurt) , in quanto più in linea con i suoi valori. Inoltre, entro il 2018 WFM richiederà a tutti i suoi fornitori di indicare sull’etichetta l’eventuale presenza di OGM nei prodotti. Questa decisione vuole rendere l’offerta il più trasparente possibile agli occhi del consumatore finale.

  13. La maggior parte della popolazione ormai vive nelle grandi città metropolitane e caotiche dove sprechi, consumi e inquinamento hanno la meglio; tuttavia sono sicura che a tutti piacerebbe poter ritrovare almeno in ciò che si mangia la genuinità e il sapore, ecco perché aprire un negozio così grande di cibo bio come è Whole Foods Market è un’idea geniale che ha fatto un successo altrettanto eccezionale (basta guardare i “numeri”).

    Personalmente è da un po’ di anni ormai che sento parlare di produttore locali e di frutta e verdura a km 0, diciamo per la mia generazione l’attenzione verso questo tipo di tematiche è sicuramente maggiore (non a caso Whole Foods Market attrae maggiormente la popolazione giovane e informata) ma la curiosità si risveglia anche in tutto il resto della popolazione. Penso che in città piccole e di provincia avere il prodotto quasi sempre fresco e buono sia molto più semplice prima di tutto perché potresti essere tu stesso a coltivare, come in parte cerca di fare la mia famiglia, ma se non sei tu in prima persona è sicuramente il tuo vicino o al massimo si passa al mercato settimanale della frutta. La grande carta vincente di questo sistema è avere una filiera corta che ti permette di offrire sempre freschezza ma anche una grandissima convenienza poiché i costi di trasporto sono notevolmente abbattuti e non solo quelli. Un sistema che racchiude in se praticità ma anche benessere totale.

    Quindi considero piacevole la scoperta di sapere che prodotti buoni e bio si possono avere anche in grandi città metropolitane americane come New York, dove oggettivamente è impossibile poter mangiare cibi naturali in città simili! Ancora più carina è l’idea di coinvolger i clienti con piccole cartelle dove viene spiegata la provenienza e chi è il produttore, ovviamente tale azione è una strategia di marketing eccezionale perche attira fortemente il cliente e lo rende più partecipe e vicino all’idea che Whole Foods Market vuole dare.

  14. Durante l’anno che ho trascorso negli States ho toccato con mano, con conferme di esperienze analoghe di altri ragazzi sparsi in altre zone degli US, quanto sia importante il concetto di community nelle tantissime realtà medio-piccole. In questi centri urbani di sole case, scuole, wallmart, fastfood chains e una/qualche mall, difficilmente si potrà trovare una piazza ed imbattersi in un mercato ortofrutticolo. L’americano ha poco tempo per questo tipo d’acquisto che invece in italia è tipico e preferisce trovare tutto in un unico grande centro. Ecco che però ho potuto notare che, in zone meno attaccate all’homemade junk food come l’area del New England e più in generale del nord degli US (ma non solo), il concetto di community si stava pian piano unendo ad una sempre maggiore attenzione alla provenienza del cibo (ci si fida del produttore della propria area) e alla volontà di mangiare cibo più sano (perlomeno). La strategia dei supermercati di mettere sotto i riflettori la provenienza del cibo e di far leva sul “mi fido perché so da dove viene” credo porterà a ottimi risultati poiché congruente con il lento ma chiaro cambiamento culturale in quanto a Food.
    Infine, credo che i miglioramenti logistici offerti da alcune società, tra cui Amazon con il programma Amazon Fresh, che si propongono di portare la spesa a casa entro 24h dall’ordine, farà da boost a questo trend; d’altronde siamo già abituati a leggere recensioni su hotel, ristoranti ecc.. perché non anche di prodotti alimentari/produttori?

    Marco Breda, secondo anno TEM

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