Assassin’s Creed Shadows, il nuovissimo episodio della saga Ubisoft appena uscito e ambientato nel Giappone 🏯 del 1500, non è interessante solo perché offre un’esperienza visivamente appagante 🤩 per chi come me è affascinato dal Giappone, ma merita l’attenzione anche di chi è più interessato al marketing che al gaming.
Già da prima dell’uscita, infatti, questo titolo si è distinto nel panorama videoludico per il fatto di avere non solo dei critici, ma anche molti veri e propri nemici che si augurano il suo insuccesso, se non addirittura il fallimento di Ubisoft.
Il motivo di questo astio? Il fatto che uno dei due protagonisti della storia sia un samurai nero ⚫ . Poco importa che il personaggio sia ispirato (con diverse licenze poetiche, come è logico avvenga in un’opera di fantasia) a una figura storica realmente esistita: per molti crociati dell’anti wokismo inserire un protagonista nero suona come un oltraggioso omaggio al politicamente corretto che va combattuto con ogni mezzo.
È un esempio che mostra come i marketer si trovino oggi sempre più spesso di fronte a un dilemma: tornare a un codice di comportamento nel quale si evitano i temi divisivi e, per evitare rischi, si limita la visibilità nei prodotti culturali e nella comunicazione di persone nere, LGBTQ+ (e magari anche di rappresentazioni non convenzionali della donna? 😬 ) o impegnarsi in battaglie dagli esiti incerti, resi ancora più incerti dal fatto che al di qua e al di là dell’Oceano i governi abbiano iniziato a fissare i paletti anche al linguaggio che è possibile utilizzare.
La decisione non è semplice, perché le implicazioni per il business sono rilevanti (lasciando qui volutamente in secondo piano le implicazioni etiche). È comunque chiaro che per fare questa scelta è indispensabile interrogarsi a monte sul perché un #brand esiste e su quali sono i suoi veri valori.
Il brand activism è entrato in una nuova era in cui non esistono le strade facili.