Ma è più italiana la 500 o la Cabat?

L’acquisto della maggioranza delle azioni Loro Piana da parte di LVMH oltre a colpire per la valutazione che è stata data all’azienda (2,7 miliardi: circa quattro volte il fatturato previsto per quest’anno e una ventina di volte l’Ebitda) ha di nuovo alimentato il dibattito sul futuro dell’industria italiana e del Made in Italy che sempre di più “parla francese”.

Ma è proprio vero che il Made in Italy parla francese? Intervenendo la scorsa settimana alla cerimonia di consegna dei diplomi MBA CUOA, Marco Bizzarri, Presidente e Amministratore Delegato di Bottega Veneta ha raccontato la straordinaria storia di successo di un’azienda vicentina, che continua a produrre in Veneto (anche perché “con il nome che ha non potrebbe produrre altrove”) e che deve buona parte del suo successo alla maestria dei suoi artigiani italiani e alla visione strategica di due amministratori delegati italiani, anche se una parte del merito va attribuita a un direttore creativo tedesco che vive per lo più in Florida.

Bottega Veneta appartiene come noto al Gruppo Gucci, che è a sua volta controllato da Kering, il gruppo francese della famiglia Pinault che fino a poco fa si chiamava PPR, ma basta questo per definirla un’azienda francese, o almeno un’azienda che parla francese?  Anche se la sede dell’azienda viene ora chiamata “l’atelier” è difficile negare che Bottega Veneta abbia tutti i tratti di una grande eccellenza italiana. Forse è il caso allora di accantonare una visione che attribuisce tutta questa importanza al passaporto degli azionisti di maggioranza (a proposito: avendo Pinault una moglie messicana il gruppo “francese” potrebbe in un futuro diventare franco-messicano …) e valutare dove le aziende creano valore e occupazione.

Una 500  prodotta in Messico (o in Serbia) non è quindi più italiana di una Cabat intrecciata a Vicenza e Loro Piana resta un’azienda italiana, anzi biellese, almeno tanto quanto Arsenal e Chelsea sono squadre di calcio londinesi.

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Un pensiero riguardo “Ma è più italiana la 500 o la Cabat?

  1. Sicuramente il fatto che aziende e marchi prestigiosi del made in Italy vengano acquisiti da gruppi stranieri è una sconfitta per l’imprenditoria italiana, ma non lo vedrei come un male assoluto.
    Gruppi come LVMH e KERING sono specialisti nel settore del lusso per cui sanno come valorizzare al meglio il loro portafoglio di brand. E forse è meglio vendere quando si è al top come ha fatto Loro Piana, piuttosto che arrivare al crac finanziario e al fallimento come nel caso di MBFG (Mariella Burani Fashion Group).

    Oltre ai francesi però, anche emiri arabi e gruppi cinesi sono sempre più attratti dalle aziende italiane del fashion e puntano a rilanciarle investendo ingenti capitali, come hanno fatto con la maison Valentino e la tessitura Majocchi.

    La prima è stata acquisita dall’emiro del Quatar Sheik Tamim bin Hamad al-Thani, che sull’esempio di Armani e Bulgari sta progettando di aprire una catena di alberghi griffati Valentino nelle capitali del lusso e anche in località particolarmente suggestive e non battute dal turismo di massa.

    La seconda invece è stata rilevata dal Jihua group, colosso statale cinese e primo produttore di capi maschili formali made in China. Il progetto retail del gruppo è molto ambizioso e prevede l’apertura di 1000 negozi in Cina e diversi flagship store in tutte le capitali internazionali, a partire proprio da quello di Milano. Per questo motivo diventa strategica la Newco Nt Majocchi di Como costituita circa un anno fa rilevando la tessitura Majocchi, azienda che fin dal 1942 si occupa di tessitura e finissaggio di tessuti per valigeria, borsetteria, doposci, scarpe e abbigliamento sportivo.
    Inoltre il gruppo cinese ha intenzione di collaborare ancora con le pmi del fashion made in Italy, in particolare per l’apertura di 35 “Jihua Park – the fashion, sport & leisure destination in China”. Infatti la nuova frontiera del retail in Cina è il destination center, un mix perfetto di sport, vacanza e shopping rivolto alla crescente middle class cinese, che in 10 anni passerà da 150 a 400 milioni di persone.
    Il progetto sembra quindi la soluzione ideale per le eccellenze della moda italiana, potenzialmente molto attraenti per il consumatore asiatico, ma troppo piccole per affrontare costi e complicazioni di uno sbarco sul mercato cinese da soli e/o in joint venture con soggetti locali.

    Questi esempi mostrano quindi che ciò che conta veramente sono le idee e i progetti del management, non la nazionalità; creatività, design e innovazione sono i tratti distintivi del made in Italy e anche se la proprietà cambia i fondamentali restano.

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