Tutti chiusi a Santo Stefano?

Non posso non scrivere due righe sul tema che infiamma oggi il retail: la proposta di FdI di chiudere obbligatoriamente tutti i punti vendita in giornate come Santo Stefano e Ferragosto.

In realtà, se l’obbligo riguardasse veramente tutti i retailer potrei considerarla una proposta seria, un po’ fuori dai tempi, ma almeno seria in relazione all’obiettivo di santificare alcune importanti feste, laiche o religiose che siano. A Santo Stefano tutte le famiglie devono essere riunite davanti al focolare (e il capofamiglia dovrà vigilare che non siano con il cellulare in mano a fare shopping sul sito di Amazon).

Qui invece siamo di fronte a una proposta cerchiobottista perché non tutti i retailer sono obbligati a chiudere e il divieto prevede una marea di eccezioni, iniziando dalle attività di somministrazione di alimenti e bevande e passando per il variegato mondo del travel retail. Per una buona fetta dei lavoratori del retail, quindi, le feste sono (secondo i proponenti della legge) meno importanti.

Già qui ci sarebbe da obiettare sul perché il legislatore deve decidere al posto del consumatore su quali attività ricreative questo possa svolgere a Santo Stefano: andare al cinema sì, ma fare shopping no …

Nelle mie pillole ho però anche spesso scritto (l’ultima volta giusto una settimana fa) di come il negozio sia sempre più luogo di esperienza e di come i punti vendita si stiano ibridando mescolando funzioni diverse, come ad esempio la vendita di borse e la ristorazione. È una strada da sempre seguita dai department store o da grandi negozi come Ikea, ma che ora sta coinvolgendo realtà diverse, da Zara a Dior, passando per Primark e Louis Vuitton.

Di fronte a questi negozi ibridi cosa suggeriscono da fare i proponenti della nuova legge? Chiudere mezzo negozio? A meno che non si trovino in una stazione, perché in quel caso resterebbero aperti. E i centri commerciali, che sono una proposta di intrattenimento che mixa ristorazione e vendita? Consentiamo solo ai ristoranti di restare aperti in mezzo a spettrali gallerie di vetrine buie?

Insomma, una proposta non solo fuori dal tempo, ma soprattutto irrazionale in relazione a quello che è oggi il mondo del retail: spero che fosse solo una sparata per conquistare un po’ di visibilità e che il Parlamento ci pensi bene prima di alterare i delicati equilibri tra aziende del commercio che non sta attraversando un momento facile.

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