Il film che ha ucciso Moncler

Lo scorso fine settimana a Cortina si è celebrato il quarantesimo anniversario di Vacanze di Natale, il film che ha (quasi) ucciso Moncler.

Sì, perché dietro al boom delle vendite di piumini Moncler che si è registrato in quel periodo si nascondeva un virus che stava consumando le radici del brand facendolo diventare il simbolo di quel modo di vivere allegro, ma in fondo anche un po’ cafone, ben rappresentato nel film dal personaggio interpretato da Christian de Sica.

Passata la moda paninara, Moncler si è così avviato verso il declino sulla strada imboccata da altri brand simbolo degli anni ottanta come Americanino o El Charro (con in più il coinvolgimento in vicende societarie complicate che sarebbe inutile riprendere qui).

La storia di quel che è successo dopo è nota: Remo Ruffini ha raccolto per una manciata di milioni quel che restava del brand e con grande coerenza e costanza ha ripreso ad alimentarne il ricco heritage alpino, allontanando l’immaginario di Moncler da Piazza San Babila (luogo dove è nata la cultura paninara) e riportandolo a Grenoble e sul K2.

Investimenti in comunicazione, insieme a una strategia distributiva da manuale di marketing incentrata su una rigorosa selezione dei clienti e, soprattutto, su una rete retail in grado di trasmettere l’anima del brand, hanno reso Moncler l’azienda di grande successo che conosciamo oggi.

L’anniversario di una tappa comunque significativa nella vita di Moncler resta un bel modo per ricordare che per un brand la coerenza è molto più importante dell’essere per un periodo più o meno lungo sulla bocca di tutti.

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