I paradossi delle chiusure domenicali

È una buona idea quella di imporre la chiusura domenicale ai negozi? Avevo già manifestato qualche anno fa (e potete rileggere il post qui) la mia forte perplessità di fronte alla pretesa di un governo di decidere per noi quali divertimenti siano leciti (ad esempio cinema e ristoranti) e quali illeciti (lo shopping!) nei giorni di festa, discriminando così tra i lavoratori dei servizi.

Se a questa considerazione di principio sommo il rischio che la chiusura forzata causi la perdita di migliaia di posti di lavoro, ne ricavo il convincimento che sarebbe molto meglio rinunciare alla pur lodevole aspirazione a sincronizzare i tempi di lavoro e di riposo di tutti.

Anche a voler ignorare queste obiezioni, comunque, ci si scontra con due paradossi che rendono a mio parere del tutto irrazionali le proposte di riforma della normativa sull’orario che sono in fase di discussione e che non tengono conto dell’evoluzione del mondo del retail di questi ultimi anni.

1. In primo luogo il disegno del governo ambisce a chiudere i negozi lasciando lavorare bar e ristoranti. Ma cosa differenzia esattamente un negozio da un ristorante? Un bel libro scritto qualche mese fa da Mariagrazia Cardinali (non a caso una docente del mio master …) si intitola “retail ibrido” ed esplora l’evoluzione di un settore nel quale le classificazioni tradizionali stanno via via scomparendo. Cosa facciamo allora dei negozi Eataly? Li chiudiamo perché sono negozi o li teniamo aperti perché sono ristoranti? E i negozi Aldi che insieme al pane fresco consentono di bere un caffè e fare colazione? Che dire poi dei sempre più diffusi punti vendita lifestyle che fondono ristorazione e fashion (avevo descritto questo trend un paio d’anni fa nel post che ritrovate qui)?

Si farà allora riferimento all’attività prevalente? Ma in termini di metri quadri, di fatturati o di margini? Ha senso insomma ideare nei corridoi dei ministeri una nuova procedura burocratica per creare una classificazione che nel mondo reale (e anche nella letteratura manageriale!) sta sparendo?

2. Il secondo paradosso nasce dall’idea di escludere dalla stretta le località turistiche. Anche qui passare dalla teoria alla pratica è un percorso pieno di insidie perché in un mondo in cui per procurarsi la merce c’è a disposizione il web, lo shopping è sempre più un’attività ricreativa e quindi le vie dello shopping, gli outlet e i centri commerciali sono diventati innegabilmente delle destinazioni turistiche.

La fortuna di Milano come destinazione turistica è dovuta in modo considerevole all’esperienza dello shopping nel Quadrilatero e alla Rinascente, l’attrattività turistica di Noventa di Piave è dovuta alla presenza del Designer Outlet e quella di Arese è legata alla presenza de Il Centro. Cosa differenzia allora Arese e Noventa di Piave da Milano? Possiamo formulare a priori l’ipotesi che chi va a Milano vada prevalentemente per vedere il Duomo e che al contrario chi visita Arese non lo faccia per ammirare l’architettura del Centro opera di Michele De Lucchi e colleghi e ancora che chi vuole passare la domenica a Noventa di Piave non sia attratto dalle architetture venezianeggianti dell’outlet. Ma si può decidere se aprire o meno delle attività economiche sulla base di mere ipotesi? O si vuole decidere per decreto quali attrazioni meritano di essere visitate dai turisti e quali no?

In conclusione il mio suggerimento per il legislatore è di scegliere con decisione senza negoziare compromessi ambigui con una lobby o con l’altra che porterebbero a soluzioni pasticciate e irrazionali. Se vuole tentare di tornare al piccolo mondo antico in cui le famiglie si riuniscono per passare la domenica conversando davanti al focolare, chiuda con decisione tutto: negozi, ristoranti e ogni tipo di attività in tutte le città turistiche e non turistiche (e se vogliamo che i bambini ascoltino le favole della nonna suggerirei anche di oscurare Netflix e di bloccare Instagram).

In caso contrario lasci che le persone siano libere di decidere come impiegare il loro tempo e che gli imprenditori valutino come conviene investire e si impegni piuttosto vigilando sul rispetto dei diritti dei lavoratori e sull’esistenza di servizi pubblici a supporto di chi lavora in orari che una volta venivano definiti “non standard”.

PS nella foto in alto il punto vendita di Tokyo della catena di abbigliamento Tommy Bahama (caso descritto nel mio libro)

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