Rottamiamo il mito dei supermanager?

ranieriLe banche che remunerano più generosamente i propri vertici sono in media più redditizie? E quanto è utile per il successo di un’azienda poter strappare alla concorrenza a suon di milioni i manager più richiesti sul mercato? Quanto può pesare la performance di un supermanager sul successo di una squadra? Ha ragione Warren Buffet a combattere contro stipendi che considera spesso troppo alti (l’anno scorso ha preso una posizione molto dura contro le remunerazioni dei vertici di Coca Cola) e contro le buonuscite per chi lascia aziende disastrate? Si tratta di temi sui quali tanto l’opinione pubblica quanto la letteratura organizzativa si interrogano da parecchi anni e che ho trattato altre volte anche in questo blog.

Oggi però uno spunto di riflessione in più ci viene dalla Premier League, la massima serie di quello che viene considerato il campionato di calcio più importante del mondo, che a nove giornate dalla fine è guidata a sorpresa dal Leicester allenato da Claudio Ranieri. Già, perché Claudio Ranieri non figura nella classifica dei 10 allenatori più pagati di quel campionato. La top ten è guidata da Jose Mourinho (esonerato qualche mese fa dal Chelsea quando la squadra languiva nei bassifondi della classifica) a circa 8,5 milioni di sterline, più o meno sei volte tanto lo stipendio di Ranieri, e vede sul podio anche Louis Van Gaal a 7,3 milioni, un allenatore molto discusso visto che il suo Manchester United viaggia al sesto posto, a 13 punti dal Leicester, nonostante una campagna acquisti molto dispendiosa.

Ranieri ha un curriculum di tutto rispetto, viene certo pagato molto bene, ma a 64 anni non veniva considerato dal mercato un supermanager che giustificasse un investimento multimilionario sul suo stipendio. A questo punto una domanda è lecita: il mercato del lavoro manageriale nel calcio è veramente un mercato efficiente? Si tratta cioè di un mercato nel quale ottieni ciò che paghi, o assumere i manager più pagati è solo un rito messo in atto da proprietari in cerca di alibi? E nelle altre imprese? Non c’è a volte la tendenza a sovrastimare il contributo che un supermanager può dare alla performance aziendale e a investire quindi troppo su questa voce quando altre persone con retribuzioni inferiori potrebbero ottenere gli stessi risultati (o magari risultati ancora migliori)?

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3 pensieri riguardo “Rottamiamo il mito dei supermanager?

  1. Personalmente sono d’accordo sul fatto che un’alta retribuzione non implichi necessariamente un alto contributo in termini di performance aziendale. Infatti ciò non è detto e l’esempio di Claudio Ranieri lo dimostra. Inoltre secondo me il quadro è più complesso di quanto non appaia a prima vista poiché entrano in gioco altri fattori.

    Innanzi tutto il valore percepito: lo stesso manager può apparire in modi diversi agli occhi delle aziende e un supermanager può essere percepito migliore solo per il fatto di essere ben pagato. Inoltre, in termini emozionali, andare allo stadio a vedere la propria squadra del cuore allenata da un nome importante, per un tifoso è un’esperienza particolare, unica. In più il tifoso è soddisfatto che la propria squadra venga trattata bene dai vertici dell’azienda.
    Un’azienda potrebbe essere disposta a pagare un alto investimento anche per assicurarsi questo valore aggiunto, non solamente per una questione tecnica di allenamento più efficace.

    In secondo luogo, il potere contrattuale di cui si dispone in fase di trattativa. Infatti, per esempio, Jose Mourinho può essere ingaggiato solo da chi è disposto a pagare un alto prezzo per il suo servizio e questo perché il modo di allenare di Mourinho è unico, quindi un bene scarso di cui Mourinho ha il monopolio. Nessun altro allenatore può apportare ciò che Mourinho apporta alla squadra che allena. Quello che l’azienda paga è anche il talento di Mourinho che possiamo considerare come una rendita economica. Di conseguenza il suo ingaggio sarà alto.

    Infine, ingaggiare un allenatore piuttosto che un altro è il risultato di un processo decisionale messo in atto dall’azienda, la quale prima di tutto analizza i suoi punti di forza e di debolezza per comprendere quali sono le proprie opportunità e quali le possibili minacce. Se il Leicester, al termine della propria analisi costi-benefici e una volta considerati i propri vincoli di bilancio, ha scelto di ingaggiare Ranieri preferendolo ad altri nomi più illustri probabilmente significa che ha riconosciuto in Ranieri il modo migliore per intervenire sulle proprie debolezze nel breve periodo e per raggiungere i propri obiettivi nel lungo.

  2. Credo che ci siano due considerazioni da fare riguardo a questo argomento:

    – la prima riguarda la percezione del valore di un determinato giocatore-manager agli occhi della dirigenza: è chiaramente un giudizio estremamente soggettivo e basato su impressioni, su ciò che quel determinato manager ha fatto e ciò che quindi potrà dare ad una determinata squadra. In questo caso particolare ci sono certamente più informazioni, ma il processo di selezione di un super manager non è troppo differente da quello che una normale nonna compie per acquistare un regalo per il nipote: lei sa che il nipote è un appassionato di calcio…fifa o pes? per xbox one o ps4? o magari pc? Ecco, molte dirigenze sono nella stessa situazione di questa nonna: sanno che c’è bisogno di un grande manager, carismatico, che trasmetta forti motivazioni ai giocatori. Ma come fanno a sapere quale sia il fit perfetto per quel determinato gruppo?

    – e quindi arriviamo al secondo punto, il calcio non è una scienza perfetta. Mettiamo Ranieri al Chelsea e Mourinho al Leicester, sicuri che i risultati saranno molto diversi? Io credo di no: l’impatto di un manager/coach nei risultati complessivi di una squadra è il più delle volte marginale, specie in un calcio “anarchico” come quello inglese. Quello che conta sono le motivazioni che riescono a dare ai propri giocatori, ma questo è un aspetto assolutamente personale e impossibile da prevedere: Mourinho ha vinto il triplete con l’Inter perchè i suoi giocatori erano completamente in sintonia con il loro coach, perchè a Londra non è riuscito a fare lo stesso? Forse è perchè i giocatori si sono sentiti svuotati di responsabilità dall’arrivo di un “salvatore della patria”? Forse perchè pretendevano di essere pagati più del loro manager? Perchè in questo modo hanno dimostrato che si, loro valgono molto di più del coach? Chi può dirlo…

    Quindi no, almeno nel calcio il mercato dei super manager non è per nulla efficiente, semplicemente perchè mancano degli importanti strumenti informativi; il management ha bisogno di alcuni “parametri emotivi” impossibili da raccogliere, per cui il più delle volte per scegliere il miglior manager possibile, date le loro disponibilità economiche, scelgono quello che ha vinto di più, e che magari richiede uno stipendio maggiore, sintomo di buona qualità agli occhi della dirigenza.

  3. A mio parere, nel calcio, come in un azienda ,ciò che riveste maggior importanza non sono i grandi manager bensì i lavoratori, operai o calciatori che siano, in quanto rendono materialmente possibile il raggiungimento degli obiettivi aziendali prefissati.

    Certo, i vertici societari ed i grandi allenatori indicano la strada da percorrere oppure i migliori undici da schierare in campo la domenica, ma sono i dipendenti, con il loro lavoro davanti ad uno schermo piuttosto che in un campo da calcio correndo dietro ad un pallone, a portare a casa il risultato.
    Forse nel calcio, più che in altri ambiti, conta il collettivo più che il lavoro del singolo elemento. Esempio eclatante di questa frase fatta è la vittoria degli Europei di calcio del 2004 da parte della Grecia nonostante la formazione fosse nettamente sfavorita sulla carta dovendosi scontrare con le grandi nazionali del calcio europeo.

    Un manager blasonato, dal mio punto di vista, oltre che per le indubbie capacità tecnico tattiche di cui è dotato, viene ingaggiato, come quello che può essere un top player, anche per motivi legati al marketing e all’immagine della società. Infatti, una grande personalità come può essere quella del già citato Josè Mourinho, oppure del nuovo allenatore del Liverpool Jürgen Klopp spinge i tifosi ad andare allo stadio o a comprare un particolare abbonamento pay tv per guardare la partita in casa garantendo così un’entrata di denaro per la società dovuta, per le squadre inglesi in gran parte dai diritti televisivi, ma anche dalla vendita di abbonamenti e biglietti, merchandising e altro.

    L’idea vincente potrebbe essere quella di investire grandi somme di denaro, anziché per l’ingaggio di un allenatore, sul capitale umano aziendale investendo in formazione, a partire, nel caso del calcio, dalle squadre giovanili.

    Vorrei concludere l’intervento, dicendo che, come dimostra la recente vittoria del campionato inglese da parte dello semi sconosciuto Leicester allenato da Claudio Ranieri poco tempo prima esonerato dalla nazionale Greca dopo la pesante sconfitta subita in casa contro le Isole Far Oer valida per la qualificazione ad Euro 2016, non è l’allenatore a far grande la squadra ma il contrario, così come il personale di un hotel di lusso, contribuisce in grossa parte, anche più della struttura in sé, a rendere l’immagine esclusiva dell’albergo.

    Davide Ruggiero

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