Non hai voglia di studiare? Fai l’artigiano!

In questo periodo dell’anno i ragazzini di terza media e le loro famiglie affrontano una scelta destinata ad avere un grande impatto sul loro futuro professionale: la scelta di dove continuare gli studi. Ma come funziona questa delicata attività di orientamento? Ci sono sicuramente molti esempi virtuosi, ma in una delle principali scuole medie vicentine mi sono imbattuto in una storia che mi ha fatto riflettere. Insieme a una pagella con diverse insufficienze un ragazzino ha ricevuto un foglio con l’invito a iscriversi a un istituto professionale per l’industria e l’artigianato. Incuriositi da questo consiglio i genitori, che non avevano mai notato nel loro figlio particolari predisposizioni verso questo tipo di studi, hanno chiesto all’insegnante chiarimenti su quale fosse il talento nascosto che aveva individuato. La risposta è stata spiazzante: “Non ho visto nessuna predisposizione particolare; semplicemente non ha voglia di studiare. Se però nel secondo quadrimestre si impegna potrò scrivere liceo”.

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Il consiglio di un futuro nell’artigianato è quindi presentato alle famiglie e ai ragazzini come una sorta di punizione per chi non ha voglia di fare. Tralascio ogni tipo di considerazione su come funzionino oggi le scuole professionali, un tema sicuramente meritevole di approfondimenti. È però perfino superfluo ricordare a chi segue questo blog che una visione di questo tipo del lavoro nell’artigianato è molto lontana non solo dal futuro artigiano descritto da Stefano Micelli, ma anche dal presente e passato di questo genere di professioni che, come sottolinea anche Richard Sennett, si basa sulla capacità di unire pensiero e azione con una passione per il lavoro ben fatto. Per un giovane senza passione, intelligenza e voglia di fare non c’è quindi spazio nelle professioni artigiane del futuro e il consiglio orientativo ricevuto dal nostro giovinetto è clamorosamente sbagliato.

Quali soluzioni per evitare errori di questo tipo, pericolosi per il sistema Paese oltre che per i giovani mal consigliati? Nel breve termine il primo consiglio è senz’altro quello di rendere obbligatoria la lettura del best seller di Stefano Micelli “Futuro Artigiano” per tutti i docenti che si trovino a dover orientare i giovani nella scelta del loro futuro professionale. È infatti imperdonabile che chi ha responsabilità così delicate verso i giovani si muova sulla base di stereotipi datati. Nel medio termine però il compito è più complesso: è infatti indispensabile riuscire a ridare prestigio e dignità sociale, se non addirittura fascino, ai mestieri dell’artigianato.

Una missione impossibile? Come ha sottolineato Diego Della Valle  in una recente intervista al Sole 24Ore, dieci anni fa nessun giovane avrebbe voluto fare il cuoco mentre ora, anche (ma sicuramente non solo …) grazie all’effetto di avvincenti trasmissioni come Masterchef, “sembra il mestiere più glamour del mondo” e i cuochi sono diventati tra i testimonial più ricercati anche per le aziende della moda (abbiamo tutti negli occhi la bella campagna di Diadora con Carlo Cracco in occasione dell’ultimo Pitti). Avanti con Mastercraftsman allora!

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7 pensieri riguardo “Non hai voglia di studiare? Fai l’artigiano!

  1. Sono pienamente d’accordo con il tuo punto di vista conoscendo molto da vicino il mondo del lavoro artigiano, fatto di passione, sudore e tanta creatività. Ragazzi che in generale hanno poca voglia di fare, difficilmente troveranno piacevoli dei lavori che richiedono in primis tanta passione e dedizione. Al contempo è vero anche che in giovanissima età si fa molto fatica a scegliere una strada che idealmente proseguirà per tutta la vita.
    Come sottolinei giustamente gli insegnanti in questo hanno un ruolo importante, ma altrettanto importante secondo me è quello delle famiglie, sia nell’aiutare i ragazzi a coltivare le loro passioni sia nell’aiutarli a fare scelte ponderate. E qui il discorso si può allargare a dismisura…

    P.S.: grazie mille per la dritta sul libro di Micelli

  2. Credo che negli ultimi anni si sia andata perdendo la stima e il riconoscimento nei confronti dell’abilità degli artigiani italiani che rappresentano una delle tante eccellenze del nostro Paese. Sempre meno giovani si iscrivono a scuole di questo genere o lo fanno senza convinzione, per mancanza di alternative. Dovremmo invece ritornare ad apprezzare mestieri di questo tipo e capire che, anche in questi campi, per eccellere c’è bisogno di impegno, pratica, passione e abilità tecniche. Se si fa attenzione è facile comprendere che grandi marchi del lusso come Bottega Veneta, Brunello Cucinelli, Rossimoda non potrebbero creare prodotti di così alta qualità se non disponessero di artigiani preparati e capaci.
    Negli ultimi anni, aziende come queste, per invertire il trend hanno investito molto nella creazione di scuole per la formazione di artigiani.
    Ad esempio Bottega Veneta ha inaugurato nel 2006 una scuola, volta a formare gli artigiani del futuro, riporto qui le parole dell’AD Marco Bizzarri “I nostri artigiani rappresentano il legame tra i nostri prodotti e l’eredità storica del Veneto. Un valore che un lungo apprendistato e le sempre minori opportunità professionali mettono a rischio. La nostra scuola, inaugurata nel 2006 in collaborazione con la Scuola arti e mestieri di Vicenza, è nata con tre obiettivi strategici per il futuro dell’azienda e connessi a tematiche sociali. Garantire l’eccellenza tecnica attraverso la codifica delle conoscenze e delle tradizioni. Diffondere la cultura artigianale cuore dell’identità di Bottega Veneta. Sviluppare nei giovani il talento, la cultura, le competenze, l’etica dell’impegno e la passione per l’artigianalità. Concetti presenti anche nel progetto di cooperative montane, dove il design entra nella pelletteria” (Panorama Economia dell’11/08/2013). Anche Brunello Cucinelli ha fondato una scuola dei mestieri per istruire i futuri “maestri del filato” (http://economia.panorama.it/aziende/brunello-cucinelli-scuola-mestieri).

  3. Sono un ragazzo della Riviera del Brenta, famosa per il suo distretto calzaturiero, e l’argomento mi sta particolarmente a cuore.
    In un momento di crisi come questo, con una percentuale così elevata di giovani disoccupati, l’artigianato dovrebbe rappresentare un’opportunità e non l’ultima spiaggia, soprattutto quando si parla di lusso “Made in Italy”.
    La figura dell’artigiano deve quindi essere rivalutata e valorizzata.
    Nella pratica però può accadere che le stesse aziende del lusso italiane svolgano un’azione contraria. Nel libro “Gomorra” di Roberto Saviano vengono descritte le modalità con cui i grandi marchi della moda ricorrono ad abili sarti che lavorano in nero per creare i vestiti destinati alle star di Hollywood. Nella puntata di “Report” del 18/5/2008, si scopre che Bottega Veneta ricorre a dei sub fornitori situati nella provincia di Vicenza che utilizzano manodopera clandestina cinese per creare borse da 3500 Euro. Nella mia zona capita che la Guardia di Finanza scopra dei laboratori dove lavoratori cinesi senza permesso di soggiorno producono materiali destinati alla creazione delle scarpe di alta moda.
    Non è così che viene tutelato e incentivato l’artigianato italiano di alta qualità. Al di là delle dichiarazioni di facciata, devono essere prima di tutto le aziende stesse a tutelare e a dare la giusta importanza ai propri artigiani, solo così ci può essere una valorizzazione della loro professione.

  4. D’accordo anche io con il suo punto di vista tuttavia penso che il vero problema stia in ciò che è in grado o meglio non è in grado di comunicare la scuola.
    Da molti anni si”disprezza”il lavoro manuale a favore di quello” intellettuale”senza però contare quanto invece risulta importante e vitale il primo.
    Questa concezione, tuttavia,è sorta a seguito di una sempre maggiore industrializzazione e informatizzazione che ha ridotto e continua tuttora a ridurre la manodopera in senso stretto.
    C’è da dire però che questo meccanismo nel lungo periodo ha avuto come risvolto della medaglia un”ritorno”all’artigianato e al made in che hanno riacquisito negli ultimi anni un notevole valore.
    Credo che una delle colpe di questa “svalutazione”della manodopera sia della scuola (soprattutto italiana)perché ha completamente reso scevro lo studio dalla praticità e realtà. Lo ha reso estraneo e avulso da un approccio pratico alla vita cosa che ritengo una grave mancanza dei giovani d’oggi.
    Avere infatti un grosso patrimonio culturale è qualcosa di molto qualificante ma assolutamente inutile se non se ne sa disporre. È come avere un forziere pieno d’oro e non possederne la chiave.
    Pertanto ritengo che forse sarebbe più opportuno prendere spunto anche da altri paesi(vedi gli Usa) insegnando anche il valore del”saper fare”non da tutti tanto quanto “lo saper studiare”.Non c’è un meglio o un peggio c’è solo una continua e utile interazione tra le due.

  5. Oggi ci sono moltissimi laureati che devono adattarsi a fare lavori manuali. Vero è che il lavoro artigiano merita rispetto, ma non lo merita il ragazzetto viziatello e irresponsabile che ha preso le insufficienze. Oggi non c’è spazio per l’ignoranza in nessun settore. La laurea dovrebbe diventare obbligatoria per qualsiasi mestiere, anche per quello manuale. Poiché non vorrei che ridare dignità ai lavori artigiani in realtà voglia solo dire premiare gli stupidi e gli svogliati. Se uno non riesce a capire le quattro cosine insegnate alle medie, non avrà mai l’intelligenza necessaria a fare nulla, nemmeno il bracciante agricolo. E chi non ha voglia di sacrificarsi, non lo farà né sui libri, né in fabbrica, né nei campi. Viva i laureati che fanno i cameireri e i nettirbini (siamo sempre di più!) abbasso gli asini che sono stati aiutati a fare lavori dignitosi sono per poterli ricollocare in quanto incapaci e inadatti a far lavorare prima il cervello che le mani!

  6. Sono no in parte d’accordo con quanto scrive Marta. Non posso condividere appieno l’opinione su chi sceglie il lavoro al posto di proseguire gli studi, in quanto spesso si tratta di ragazzi molto più intelligenti e che hanno molto più da offrire di tanti colleghi che ho avuto il piacere di frequentare all’Università, ma capisco molto bene lo sfogo. Detto ciò credo poi che una delle vere ingiustizie stia nel percorso contorto e sbagliato che si è affermato nella realtà delle Piccole e Medie Imprese (forza vitale di una buona parte dell’industria del Paese). Quello che mi lascia di stucco ancora oggi e di cui non mi capacito è il fatto che, come diceva Marta, molti laureati “finiscono” in fabbrica e, realtà con la quale mi scontro ogni giorno, molti pigri finiscono in direzione. Conosco persone che, non avendo nessuna voglia di studiare, hanno optato per il lavoro ed ora si ritrovano uno stipendio da far invidia alla stragrande maggioranza dei laureati, senza aver particolari competenze (non parlo di persone qualificate ma semplici operai). Conosco persone con un ottimo curriculum alle quali sono stati al massimo offerti stage retribuiti alla fine dei sei mesi a titolo di rimborso spese e nulla più.
    Posto che le grandi aziende seguono criteri di assunzione e gestione dei contratti diversi dalle PMI, dobbiamo ricordare che un buon motore del Paese rimangono queste ultime, quindi buona cosa sarebbe assicurare giustizia (per i dipendenti o potenziali dipendenti) e competenza (a livello di direzione) anche in questa realtà. Mi spiego meglio: come possiamo garantire competenza, professionalità e potere concorrenziale, anche e soprattutto a livello amministrativo, se l’azienda è nelle mani della “moglie del titolare che non è in grado di accendere un pc”, del “figlio del socio che non ha mai imparato a porsi in modo professionale nei confronti del partner commerciale o del cliente”, del “titolare che non ha mai neppure preso in considerazione l’idea che innovare è lo zoccolo duro che salva in tempi di crisi e forte concorrenza”, del socio che risponde “eh, ma non si potrebbe tornare alla carta e alla penna?”, di aziende in cui se cerchi di fare di più e magari lanciare idee nuove vieni bloccato subito al solo pensiero della fatica, non immediatamente remunerata, che potrebbe costare agli altri adattarsi ad un nuovo sistema, sebbene migliore? Per come la vedo io abbiamo professioni che, giustamente, sono riservate agli iscritti all’apposito albo, perché non prevedere qualcosa di simile anche per altre professioni? Della serie: scegli la fabbrica? Sai che non raggiungerai mai uno stipendio di 2000 euro, se non dopo esser divenuto operaio qualificato anche E SOPRATTUTTO grazie ad appositi corsi di formazione SERI E IMPEGNATIVI! Scegli la via dell’artigiano? Sappi che, tra gli altri adempimenti di legge, devi avere una persona laureata in materia che ti segua la parte amministrativa ecc ecc… dovrebbe esserci una riforma e tutto questo dovrebbe essere previsto da apposite norme: dobbiamo tutelare tutti i laureati, non solo le caste che hanno avuto origine in tempi antichi in un contesto totalmente diverso…la casta è quella dei laureati!
    Sono ben consapevole del fatto che un tale ragionamento di questi tempi metterebbe in ginocchio quelle poche PMI che ancora resistono, ma non posso non credere che molte delle aziende che hanno chiuso in piccola parte se la siano cercata, anche inconsapevolmente, sebbene questa non sia una giustificazione.
    Spero di non essermi espresso in modo troppo radicale o impreciso e di non aver offeso nessuno.

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