La Superlega è una buona idea?

Nonostante la sconfitta con l’Atalanta, prestazione non proprio degna di un super club, il titolo azionario Juventus questa mattina ha aperto con un boom, un rialzo che nel corso della seduta ha superato anche il 15%. È l’effetto delle notizie che circolano sulla Superlega, il torneo riservato alle squadre più titolate e destinato a riempirne le casse. Ma è veramente tutto oro quello che luccica?

L’idea alla base del progetto è semplice e razionale: il calcio offre intrattenimento ed è impegnato a combattere per conquistare l’attenzione, il tempo e i soldi dei consumatori di tutto il mondo ai quali la tecnologia offre sempre più alternative. Tentare di competere sugli schermi con La casa di carta, la saga di Star Wars, le LoL finals e lo streaming di Pow3r su Twitch offrendo sfide tra Inter e Benevento è una missione impossibile (nulla contro queste due squadre, cito solo un post del mio amico Federico che sostiene che questa doppia sfida “appassiona quanto cinque ore di documentario muto sui tombini”).

Perché allora non produrre più contenuti del livello della doppia meravigliosa sfida tra Bayern e PSG che ci ha appassionati nelle ultime settimane? Tutto questo nel contesto di un business nel quale i costi sono soprattutto fissi perché, a differenza di quanto avviene per Disney o Netflix, le star necessarie per realizzare gli show sono assunte in esclusiva e vengono remunerate sulla base di contratti annuali che sono indipendenti dal numero e dal tipo di competizioni in cui vengono impiegate.

Sulla carta si tratta di una mossa vincente che spiega la reazione festosa dei mercati finanziari (anche le azioni del Borussia Dortmund, nonostante non sia chiaro se la società tedesca sarà tra gli ammessi, hanno avuto un rialzo che ha superato il 10%). C’è però secondo me anche un punto di domanda da considerare.

Il prodotto calcio offre infatti un bundle nel quale, accanto all’intrattenimento, rivestono storicamente un ruolo non secondario tifo, passione, appartenenza a una community, identità, fattori che si alimentano anche con sofferenza, sconfitte, esclusioni e addirittura retrocessioni.

Uno dei motori della passione per lo spettacolo calcio è inoltre il sogno che la propria squadra, per quanto piccola, povera e poco seguita rispetto ai colossi, possa un giorno confrontarsi con i più grandi e magari … batterli. Il sogno, insomma, di fare come il Leicester che ha vinto la Premier League o il Vicenza che ha vinto la Coppa Italia eliminando il Milan di Maldini, Boban, Savicevic e Weah arrivando a contendere fino all’ultimo minuto al Chelsea di Zola l’accesso alla finale di Coppa delle Coppe.

Il problema è che il “tifoso romantico” non è solo uno dei segmenti rilevanti nel mercato del prodotto calcio, uno zoccolo duro fedele al quale sarebbe oggi come oggi difficile rinunciare, ma rappresenta anche un efficace ambassador per coinvolgere altri appassionati del gioco o semplici spettatori. L’idea alla base della Superlega rischia di uccidere il sogno riducendo più prosaicamente la value proposition a un (bellissimo) spettacolo. Un bello spettacolo può essere attraente e redditizio, ma è inevitabilmente più esposto alla concorrenza degli esport o dei tanti altri eventi altrettanto spettacolari.

Penso che questa problematica sia ben presente tra i marketing manager delle società coinvolte nel progetto Superlega e che alla fine ne uscirà un compromesso che aumenterà rispetto ad oggi l’offerta di contenuti di alta qualità per i mercati globali, ma che tutelerà la capacità del calcio di far sognare (e quindi in fin dei conti) il valore del prodotto.

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